
Show, don't tell: parte 2 ovvero quando l'Ikea insegna a scrivere

I particolari inutili

Cinque metodi per costringersi a scrivere ed evitare di trovare scuse per non farlo

Cos'è una cartella?

Siamo sicuri che non mi copieranno il romanzo e lo pubblicheranno a nome di un altro?

Il dialogo - Parte 1

Scrivi di ciò che conosci...ma la mia vita non è avventurosa come quella di Hemingway!
martedì 7 aprile 2015
Scrivi di ciò che conosci...ma la mia vita non è avventurosa come quella di Hemingway!
Già. E questo è un fatto. Scrivere di ciò che si conosce implica scrivere di qualcosa che ci sta attorno e dato che la mia vita è abbastanza sull’uniforme, non ho molta speranza di riuscire a catturare l’attenzione del lettore. Non ci sono assassini per la strada (almeno finora...e spero che continui così), la casa del vicino non è abitata da extraterrestri e nel percorso casa-lavoro il climax corrisponde all’attraversamento in bicicletta della strada dietro alla piazza: al massimo mi può capitare di avvertire il motore ruggente dell’auto dietro a me che aspetta impaziente. Ecco, niente di emozionante. Ma allora perché dovrei scrivere di qualcosa che conosco? A nessuno interessa sapere che ho impiegato dieci minuti in più ad uscire di casa perchè il gatto mi ha vomitato sul tappeto.
sabato 7 marzo 2015
Il dialogo - Parte 1
Oggi voglio buttare giù due appunti su di un argomento per me ostico: il dialogo. Come si costruisce un buon dialogo? Intanto bisognerebbe capire quali sono i buoni dialoghi.
Vediamo un po’.
Dialogo: brano 1)
"Papà ha investito la puzzola proprio in questo punto."
Vediamo un po’.
Dialogo: brano 1)
"Papà ha investito la puzzola proprio in questo punto."
"È stato più avanti."
"Non importa dov'è stato" disse Joe senza voltare la testa. "Un posto vale l'altro quanto si tratta d'investire una puzzola."
"Ho visto due puzzole, ieri sera" disse Nick.
"Dove?"
"Giù, vicino al lago. Cercavano pesci morti lungo la spiaggia."
"Probabilmente erano dei procioni" disse Carl.
"Erano puzzole. Le conoscerò, le puzzole, no?"
"Dovresti" disse Carl. "Ti sei trovato una ragazza indiana."
"Non parlare così, Carl" disse la signora Garner.
"Be', hanno più o meno lo stesso odore."
Joe Garner scoppiò in una risata.
"Smettila di ridere, Joe" disse la signora Garner. "Non voglio che Carl parli così."
"Ti sei trovato una ragazza indiana, Nickie?" chiese Joe.
"No."
"Sì, papà" disse Frank. "Prudence Mitchell è la sua ragazza."
"Non è vero."
"Va a trovarla tutti i giorni."
"Non è vero." Nick, seduto tra i due ragazzi nell'oscurità, si sentiva vuoto, dentro, e felice al tempo stesso, all'idea che lo stuzzicassero su Prudence Mitchell. "Non è la mia ragazza" disse.
"Sentilo" disse Carl. "Io li vedo insieme tutti i giorni."
"Carl non riesce a trovarsi una ragazza" disse sua madre "nemmeno una squaw."
Carl non disse nulla.
"Carl non ci sa fare con le ragazze" disse Frank.
"Taci, tu."
"Hai ragione, Carl" disse Joe Garner. "Le ragazze non hanno mai fatto fare a un uomo molta strada. Guardate vostro padre."
"Sì, questo lo dici tu" disse la signora Garner, stringendosi a Joe mentre il carro sobbalzava. "Be', una volta eri pieno di ragazze."
"Scommetto che papà non si sarebbe mai messo con una squaw."
"Lasciamo stare" disse Joe. "Meglio che tu tenga gli occhi aperti se non vuoi perdere la tua Prudie, Nick."
venerdì 20 febbraio 2015
Siamo sicuri che non mi copieranno il romanzo e lo pubblicheranno a nome di un altro?
Lo ammetto questa è stata una delle mie prime preoccupazioni quando, conclusa la mia fatica letteraria, decisi di inviare il manoscritto ad alcuni editori.
Ebbene ho scoperto che questo pericolo rasenta lo zero: potevo starmene bella tranquilla a studiare come si fa a scrivere bene, piuttosto che spaccarmi la testa su come proteggere il mio capolavoro. Sarebbe di sicuro stato molto più utile.
Ebbene ho scoperto che questo pericolo rasenta lo zero: potevo starmene bella tranquilla a studiare come si fa a scrivere bene, piuttosto che spaccarmi la testa su come proteggere il mio capolavoro. Sarebbe di sicuro stato molto più utile.
Etichette:
busta,
editori,
idea,
manoscritto,
proteggere
domenica 8 febbraio 2015
Cos'è una cartella?
Dicesi (!) “cartella” l’unità di misura della lunghezza di un testo.
Leggendo i bandi dei concorsi letterari ci si imbatte spesso in questo termine e subito scatta la ricerca su internet per cercare di capire che cosa cavolo si intenda esattamente per cartella.
Il problema è che “esattamente” non è applicabile a questo campo. Di solito per “cartella” si intende un foglio di testo composto da 30 righe per 60 battute ognuna, che corrispondono quindi a 1800 caratteri (deriva dalla vecchia “cartella giornalistica” usata un tempo per pagare i giornalisti a "battuta").
Leggendo i bandi dei concorsi letterari ci si imbatte spesso in questo termine e subito scatta la ricerca su internet per cercare di capire che cosa cavolo si intenda esattamente per cartella.
Il problema è che “esattamente” non è applicabile a questo campo. Di solito per “cartella” si intende un foglio di testo composto da 30 righe per 60 battute ognuna, che corrispondono quindi a 1800 caratteri (deriva dalla vecchia “cartella giornalistica” usata un tempo per pagare i giornalisti a "battuta").
![]() |
| Ph. credit qui |
domenica 1 febbraio 2015
Cinque metodi per costringersi a scrivere ed evitare di trovare scuse per non farlo
Devo pulire la casa (questo lo dico spesso, ma non funziona per cui finisco col non fare entrambe le cose: nè scrivere, nè pulire), devo mettere in ordine la scrivania, sono stanca (e poi mi fiondo per delle mezzore intere a girovagare su internet), dovrei (il condizionale è voluto) fare ginnastica, devo preparare la cena (e poi ordino una pizza con consegna a casa) e via discorrendo.
Risultato: scrivo poco, pochissimo. Di conseguenza non imparo a scrivere o lo faccio molto lentamente.
domenica 25 gennaio 2015
I particolari inutili
Ho letto un libro carino dove si mettono in evidenza tantissimi errori dei principianti come me e tra i vari anche quello dell’inserimento di particolari assolutamente inutili.
Il libro è “Come non scrivere un romanzo” di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Corbaccio.
L’altra settimana facevo ordine tra le cartelle archiviate nel mio computer e mi sono imbattuta in file abbandonati a se stessi da anni, alcuni dei quali contenevano il mio primo tentativo letterario. Ho riletto alcune pagine del romanzo (ovviamente rifiutato da varie case editrici) e dopo tre righe ero già stanca. A essere sincera non so nemmeno come sia stato possibile che qualche editor abbia letto DAVVERO tutto quell’ammasso di carta (ne ho quasi la certezza perché ho ricevuto commenti molto precisi su quanto avevo scritto).
Frasi infarcite di aggettivi, voli pindarici, descrizioni astratte e particolari del tutto inutili piazzati lì il più delle volte per allungare il testo e arrivare a riempire una pagina intera. Insomma tutto quello che non si deve fare.
Il libro è “Come non scrivere un romanzo” di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Corbaccio.
L’altra settimana facevo ordine tra le cartelle archiviate nel mio computer e mi sono imbattuta in file abbandonati a se stessi da anni, alcuni dei quali contenevano il mio primo tentativo letterario. Ho riletto alcune pagine del romanzo (ovviamente rifiutato da varie case editrici) e dopo tre righe ero già stanca. A essere sincera non so nemmeno come sia stato possibile che qualche editor abbia letto DAVVERO tutto quell’ammasso di carta (ne ho quasi la certezza perché ho ricevuto commenti molto precisi su quanto avevo scritto).
Frasi infarcite di aggettivi, voli pindarici, descrizioni astratte e particolari del tutto inutili piazzati lì il più delle volte per allungare il testo e arrivare a riempire una pagina intera. Insomma tutto quello che non si deve fare.
domenica 18 gennaio 2015
Show, don’t tell - Parte 2 ovvero quando l’Ikea insegna a scrivere
Ritorno su questo tema perché secondo me è molto (ma molto) importante capirlo. Il tutto con beneficio d’inventario perché questi sono solo umili appunti e ragionamenti ad alta voce di qualcuno che sta cercando di studiarsi l’argomento. Per chi desidera contribuire, i commenti sono i benvenuti.
Dunque “mostrare e non raccontare”. Intanto, perché?
Credo sia dovuto al funzionamento di base del cervello umano: lavora per immagini e non per “parole pure”.
Dunque “mostrare e non raccontare”. Intanto, perché?
Credo sia dovuto al funzionamento di base del cervello umano: lavora per immagini e non per “parole pure”.
Etichette:
mostrare non raccontare,
show don't tell,
tecnica,
vedere
martedì 13 gennaio 2015
Alla ricerca di un corso di scrittura creativa online gratuito!
Oggi parliamo di... corsi di scrittura creativa online! Mi piace scorrazzare su internet e mi è capitato di “frequentare” dei laboratori di scrittura in rete. Alcuni di questi sono gratuiti e ben curati. Con questo non voglio dire che non valga la pena spendere qualche (o molti) euro per frequentare un corso di scrittura creativa a pagamento, è solo che spesso può essere utile "provare" prima qualcosa gratuitamente e poi valutare se passare a qualcosa di più dispendioso e (probabilmente) più impegnativo; anche solo per testare la propria voglia di mettersi lì a studiare sul serio e non solo a sognare di diventare un vero scrittore. Perché c'è una bella differenza tra il provare a scribacchiare qualcosa che ci frulla più o meno per caso nel cervello e scrivere invece qualcosa di più "serio".
domenica 11 gennaio 2015
Gianni Rodari e la grammatica della fantasia
Sono arrivata in fondo a "Grammatica della fantasia. Introduzione all'arte di inventare storie" di Gianni Rodari, editore Einaudi. Giudizio lampo: da leggere e capire.
Confesso: non è stata per me una lettura tutta d'un fiato. Ci ho messo un po' perché mi distraggo facilmente quando si parla di educazione dei bambini, pedagogia e affini... e visto che "Grammatica della fantasia" è un testo di riferimento per chiunque si occupi di letteratura infantile, bè si spiegano le mie difficoltà. La "vocazione" del testo non deve però ingannare, Rodari infatti spiega in modo acuto alcuni "trucchi" molto utili per accendere la fantasia e da lì partire nella costruzione di mondi immaginari.
Etichette:
fantasia,
Gianni Rodari,
scrittori,
scrittura,
strategia
domenica 13 luglio 2014
Flannery O'Connor: il diavolo e la grazia
“Flannery O’Connor era un genio”. È scritto sulla quarta di copertina a firma “The New York Times Book Review” del libro “Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere” edito da Minimum Fax. Non potrei definirla in altra maniera. Con le idee ben chiare in testa va dritto al punto: come si impara a scrivere. Il libro raccoglie una serie di interviste, trascrizioni di conferenze e parti di lettere della O’Connor, ma questo non impedisce di trovare un filo conduttore netto e illuminante. Tanto per cominciare si parte da un’osservazione così semplice che sfiora l’ovvietà: è impossibile impressionare il lettore con delle astrazioni e perciò è indispensabile utilizzare i sensi per riprodurre con concretezza la realtà. Contorto? Sì, è colpa mia, la O’Connor lo spiega trilioni di volte meglio.
Etichette:
Flannery O'Connor,
scrittura,
show don't tell,
tecnica,
vedere
domenica 6 luglio 2014
Scrivere e vivere: ci si campa con la scrittura?
Un po' di tempo fa ho frequentato un micro corso di scrittura creativa durante il quale sono emerse due teorie in apparente contraddizione. C'era chi diceva che oggigiorno è quasi impossibile vivere di sola scrittura e chi invece sosteneva che è possibilissimo anche senza essere degli autori di best sellers. In realtà c'è un equivoco di base. Chi sosteneva la teoria del “è possibile” comprendeva nel lavoro dello scrittore anche una serie di mestieri collaterali diversi dal puro “scrivere”, come ad esempio tenere corsi di scrittura creativa, fare l'editor o il consulente per case editrici e via discorrendo. Questo ha a che fare con il mondo della scrittura ma è qualcosa di diverso dal “solo” scrivere un romanzo e aspettare.
martedì 24 giugno 2014
Scrittura e campionati di calcio: come imparare da una partita
Lo dico subito: non mi intendo di calcio e non ho una squadra del cuore. Da piccola tifavo “Juve, Juve” solo per adeguarmi alla totalità della mia classe. Tifavamo tutti (?) la stessa squadra per spirito di contraddizione nei confronti del maestro milanista. C’era un motivo economico sotto: quando capitava “Juve-Milan” e “noi” vincevamo, il maestro ci portava tutti al barettino dietro al parco delle scuole elementari e ci comprava il gelato.
Ho poi avuto un periodo di "allenamenti" calcistici solitari che sono durati più o meno quanto la serie "Holly e Benji": finito il cartone, finita la passione. Quindi le mie conoscenze delle regole del calcio risalgono a quanto raccontavano nel cartone animato, se nel frattempo è cambiato qualcosa... addio, non ne so nulla.
![]() |
| Ph. credit qui |
domenica 13 aprile 2014
Ernest Hemingway e il principio dell'iceberg
Dopo qualche settimana di assenza torno finalmente al mio blog. Ho dovuto affrontare richieste strampalate al lavoro che mi hanno succhiato energia ben oltre l'orario ordinario ovvero anche quando ero sotto la doccia, ai fornelli o a letto con gli occhi sbarrati. Il mio obiettivo ora è trascinarmi fino alle vacanze di Pasqua. Mi sento molto lombrico.
Era però già da un po' che avevo in pentola uno schemino nuovo su una intervista di George Plimpton a Ernest Hemingway. Per chi se la cava con l'inglese la trova qui sul sito della Paris Review. Altrimenti è possibile leggersela in italiano procurandosi questo simpatico librino "Il principio dell'iceberg. Intervista sull'arte di scrivere e narrare" pubblicato da Il Melangolo.
venerdì 14 marzo 2014
Qualche consiglio da Raymond Carver
Oggi voglio parlare di uno dei miei idoli: Raymond Carver. Andando a zonzo sul sito di The Paris Review ho trovato una bella intervista che spiega anche un po' il metodo di lavoro dello scrittore.
Ne riporto alcuni estratti in lingua originale e a seguire la mia traduzione casalinga.
L'intervista completa è qui e vale proprio la pena leggersela. C'è molto da imparare.
Raymond Carver, The Art of Fiction No. 76
Raymond Carver, L'arte della narrativa, n. 76
Interviewed by Mona Simpson, Lewis Buzbee
Intervistato da Mona Simpson, Lewis Buzbee
The fiction I'm most interested in has lines of reference to the real world. None of my stories really happened, of course. But there's always something, some element, something said to me or that I witnessed, that may be the starting place. Here's an example: “That's the last Christmas you'll ever ruin for us!” I was drunk when I heard that, but I remembered it. And later, much later, when I was sober, using only that one line and other things I imagined, imagined so accurately that they could have happened, I made a story—“A Serious Talk.”*
La narrativa che più mi interessa ha delle linee di congiungimento con il mondo reale. Nessuna delle mie storie è realmente accaduta, naturalmente. Ma c'è sempre qualcosa, qualche elemento, qualcosa che è stato detto o a cui ho assistito, che potrebbe diventare il punto di partenza [della storia]. Ad esempio: "Questo è l'ultimo Natale che ci rovini!" Ero ubriaco quando ho sentito queste parole, ma me le sono ricordate. E più tardi, molto più tardi, quando ero sobrio, utilizzando solo quella frase ed altre cose che ho immaginato, immaginato così accuratamente che sarebbero potute accadere, ho scritto un racconto, "Un discorso serio"*
*In “Di cosa parliamo quando parliamo d'amore?” (What we talk about when we talk about love?)
![]() |
| Ph. credit qui |
sabato 22 febbraio 2014
Romanzo o racconto?
“Scrivere narrativa” è un saggio di Edith Wharton che, tra tanti suggerimenti, spiega in modo chiaro la differenza tra la costruzione di un racconto e quella di un romanzo. E che differenza c’è? C’è, c’è, anche se non si vede ad un primo sguardo.
Il romanzo non è un racconto lungo, stiracchiato per le orecchie per aggiungere pagine tra l'inizio e la fine della vicenda e allo stesso modo il racconto non è un romanzo corto, condensato tramite tagli feroci per arrivare ad un concentrato di poche pagine. Sono proprio due “animali” diversi che hanno caratteristiche differenti e vanno pensati e costruiti in modo diverso. Di conseguenza quando abbiamo tra le mani un soggetto dobbiamo cercare di metterlo a fuoco e capire bene se per quel soggetto è più adatta la forma del racconto o quella del romanzo. Ma quali sono le differenze principali?
martedì 11 febbraio 2014
A spasso senza meta
Sabato scorso sono andata a farmi un giretto per Bologna. C’era un bel sole simil-primaverile, l’aria frizzantina e tanta gente a spasso qua e là per l’enorme isola pedonale. Passeggiare senza una meta precisa su e giù per le vie del centro, avendo il tempo di ascoltare qualche frase spezzettata senza la fretta dei giorni di lavoro fa sembrare piazza Maggiore un salottone pieno di bambini che corrono, artisti di strada che intrattengono i turisti e studenti che sfogliano libri sui gradini dei palazzi.
| Il Nettuno in piazza Maggiore a Bologna, dalla sua angolazione "migliore"! |
martedì 4 febbraio 2014
Taccuini famosi
I taccuini degli scrittori hanno qualcosa di sacro, è come se fossero impregnati dell'aura dello scrittore stesso. Sono oggetti intimi che custodiscono le idee, il metodo di lavoro, i segreti e le manie del loro possessore e dai quali a volte è possibile riconoscere la scintilla che più tardi si è concretizzata in un romanzo famoso. Leggere la trascrizione degli appunti degli artisti raccolti in un libro è molto utile, ma non è niente in confronto a sfogliare di persona i loro taccuini, quelli che hanno tenuto in mano e si sono portati appresso per una vita.
![]() |
| Il taccuino di Jack Kerouac. Ph. credit qui |
giovedì 23 gennaio 2014
L'arte della scrittura secondo Robert Louis Stevenson
Quanto mi piacciono i libricini che sanno di antico! Ho letto “L'arte della scrittura” di Robert Louis Stevenson edito da Mattioli 1885 ed è una meraviglia. Formato tascabile, copertina rugosa, pagine stondate e i consigli geniali di uno scrittore che ho amato da bambina e tuttora non smette di stupirmi. In questo saggio Stevenson fissa alcune delle sue teorie sull'arte della scrittura e tocca moltissimi argomenti fondamentali, ad esempio: la costruzione di un personaggio, la scelta delle parole, i “furti legittimi” agli altri scrittori, l'importanza dell'essenzialità, l'intreccio, il ritmo, i contenuti della frase e molto altro ancora. Dalle pagine emerge la passione e la profonda umiltà di Stevenson come scrittore e come persona... e questo me lo ha fatto amare ancora di più.
Etichette:
arte,
robert louis stevenson,
scrittura,
tecnica
lunedì 20 gennaio 2014
Le stanze degli scrittori
Dove è meglio scrivere? Difficile dirlo, ognuno di noi è diverso e ognuno di noi ha i propri personalissimi gusti. Per quanto mi riguarda preferisco scrivere a casa mia, in genere sul divano con il gatto tra i piedi e la musica nell'aria. Se invece ho voglia di mettermici d'impegno, da una certa ora x a un'altra ora y (mai rispettato un piano di lavoro in vita mia...), mi piazzo diligente alla scrivania. Quest'ultima opzione è praticabile solo quando la suddetta scrivania non è sommersa di "robe appoggiate lì solo per un attimo che poi dopo le metto a posto"… di solito diventa un ammasso di materia informe dalla quale spuntano libri, matite, elastici per i capelli, pezzi di contabilità, nastri di pacchi regalo, mezzi biscotti, graffette, pupazzetti, calcolatrici. Questo quando voglio scrivere "sul serio" perché quando si tratta di segnarsi un appunto volante, un'idea, un'ispirazione respirata sul momento, non ha importanza dove mi trovo, tiro fuori il taccuino e scrivo.
Non so perché ma vedere la scrivania, lo studio, la stamberga, il caffè, la panchina dove gli scrittori amano scrivere, mi ha sempre incuriosito e dato l'impressione di potermi mettere in contatto con loro, come se da quei luoghi e quegli oggetti trasudasse l'anima di chi li ha frequentati.
Poi torno a pensare a me e ai miei banalissimi luoghi che non hanno niente di leggendario e mi dico: "è una missione impossibile".
Non so perché ma vedere la scrivania, lo studio, la stamberga, il caffè, la panchina dove gli scrittori amano scrivere, mi ha sempre incuriosito e dato l'impressione di potermi mettere in contatto con loro, come se da quei luoghi e quegli oggetti trasudasse l'anima di chi li ha frequentati.
Poi torno a pensare a me e ai miei banalissimi luoghi che non hanno niente di leggendario e mi dico: "è una missione impossibile".
![]() |
| Il tavolino di Jane Austen. Ph. credit: Eamonn McCabe qui |
martedì 14 gennaio 2014
Le idee che vale la pena sviluppare e quelle che invece è meglio lasciar morire di inedia
Le idee rimbalzano in testa a qualsiasi ora e in qualunque luogo e, a meno che non si stia guidando o si sia bloccati sotto i ferri del dentista, è possibile appuntarsi un’idea su di un taccuino.
In genere a me capita che un’idea mi si accenda in testa quando non ci penso, quando magari sto (appunto) guidando, o sono in bici o le (rare) volte che pulisco la casa, quando cioè svolgo operazioni meccaniche, gestite in automatico dal mio cervello. Le operazioni semplici infatti occupano poca “ram” e mi lasciano sufficiente (?) cervello libero per scorrazzare avanti e indietro senza freni.
È come se in quei momenti di isolamento forzato senza mansioni intellettuali più impegnative da svolgere, la mia mente non avesse più restrizioni e fosse più libera di pensare e partorire idee su idee.
Iscriviti a:
Post (Atom)













